giovedì 29 gennaio 2015

COME SONO SOPRAVVISSUTO NEGLI STATI UNITI SENZA CAFFÈ IN GHIACCIO E GUENDALINA [PRIMA PARTE]

A Martina dissi.
Dissi.
A dire il vero ci volle un bel po’ prima di trovare il coraggio. Eravamo insieme da poco e non mi dispiaceva il nostro rapporto.
Il sabato sera al Sette di Sette, la domenica al Misvago.
Il sabato sera della settimana successiva al Bambù. Poi al Womb.
La domenica al Misvago e poi al Cagliostro.
E così via: corsi e ricorsi e via trinchese.
In generale ci alternavamo in base al tempo e alla gente, non ci piaceva dare l’idea di una coppia fossilizzata nei soliti locali. “Tendenza” era il nostro cognome.
Ma da salentino core presciatu - antica tradizione di maschi meridionali – dovevo confessarglielo; dovevo dire alla fimmena quello che qualche mese dopo sarebbe successo.
Anche se non facevo di cognome Dovere.
Marco devi dirglielo, su caccia le palle e confessa quello che stai per fare.
L’occasione si presentò fresca e limpida una sera, seduti al Raphael durante uno spritz e un’aspirazione con conseguente espressione sofisticata e sguardo fascinoso ad una sigaretta elettronica, in quel momento particolarmente amarcord: le confessai tutto.
Ma proprio tutto.

“Marti… Marti…”
“Che c’è? Sto facendo un selfie!”
“Marti devo dirti una cosa.”
“Che è successo?”
Posò il telefono sul tavolino. Il volto si fece serio tra le capriole di fumo sintetico.
“Aim going in de unaited steits!”
Glielo dissi, così, all’inglese.
“Cene?”
“Ich gehe in die USA!”
Glielo dissi, così, in tedesco.
“Ma che stai passando? Ah? Parla come mangi!”
“aokfmaofmaoègnag”
Glielo dissi abbuffandomi.
“Vabbene meh, non so proprio cosa ti sta succedendo amò.”
Le raccontai per filo e per segno il progetto. Quello che tra ottobre e novembre avrei dovuto fare. Lei mi guardava, le pupille dilatate, le labbra all’ingiù, il mascara iniziava a colare. Le lacrime a rigarle il volto.
“Non ti preoccupare tornerò dall’America. Tornerò.”
“No, amò. No. Ho solo paura di una cosa… una sola.”
“Dimmi, Marti, dimmi. Parla.”
“Ma nu n’è ca ha scire all’aeroportu delli baresi, no?”
"Mysia."
“Allora amò vai pure, diffondi il nome del Salentoh nel mondo!”

E iniziò così la scoperta del nuovo continente dove la parola Lecce la usano gli ispanici per chiedere “latte”.
Lo scrivo perché è una cosa che ti fa rimanere male.
Ma proprio de cazzu.



Per il resto è stato Il viaggio che sogni da quando sei un bambino.


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                                         27 ottobre – 17 novembre.


Prima di iniziare vi spiego l’itinerario.


Il reportage si divide in due parti: Costa Est e Costa Ovest.

Di cui:

11 giorni a New York



4 a San Francisco.



1 al Big Sur.



6 a Los Angeles.



1 a Las Vegas.


Nello specifico:

11 giorni ospite da un amico a New York.
4 a San Francisco con visita ad Alcatraz.
Poi con l’auto diretto fino a Los Angeles con pernottamento a metà del viaggio al Big Sur.
Infine ultimi giorni a Los Angeles e uno a Las Vegas.
Un viaggio diviso in tre parti.
Con tre itinerari differenti e due coste da visitare.
Ci sono da dire diverse cose su questo viaggio. Molte le leggerete altre ve le scrivo qui:
Le foto sono state realizzate in tutto o in parte da un amico, un compagno di viaggio, che ringrazio. Il mio telefono ha sofferto di gravi ammaccature sul vetro della fotocamera e non ha retto il ritmo, l'emozione, l'enfasi del viaggio. 
Questo è un reportage, come in molti avranno capito, ironico ma tremendamente vero. Ho solo trattato l'argomento immergendomi nei panni di un salentino medio.

Si Parte!! Vrommm!

Il Boing dell’Alitalia, modello A330, indicato da un ragazzo incontrato in agenzia viaggi come “enormeeeee ete”, si presenta grande in effetti. In dotazione hai cuffie, cuscino, coperta, il tutto verde e bianco per rispettare i colori della compagnia. E, per rendere il viaggio più comodo, si aggiunge un collegamento gratuito, accessibile tramite schermo touch incastonato sul sedile di fronte a te, ad una collezione di documentari e film e telefilm e musica gratuiti. Per un viaggio che dura nove ore, che ti costringe a condividere aria e spazio con persone sconosciute e, se soffri di timidezza, ti impedisce persino di alzarti senza imbarazzo, l’asocialità multimediale è la scelta migliore. Un collegamento touch, poi: l’asocialità 2.0.
La visuale fuori è monotona, una distesa di nuvole bianche e soffici. Non è ancora il momento. E così provi a dormire, avvolto dalla coperta verde e bianca. Ti senti coccolato, sì.

Otto ore dopo.
La mano tremante, vigorosamente ancorata al bracciolo, lo sguardo rapito dalla visuale ovale del finestrino alla tua sinistra. Non vuoi perderti il momento esatto, il primo momento in cui i grattacieli desiderati punzecchiano la visuale.
Si intravedono. Sono lì, non ancora alti e imponenti. Non ancora.
L’aereo inizia a virare, si abbassa di quota e si avvicina, il sole si riflette sugli specchi di cristallo. Muovi le dita, metti Bruce Springsteen e dentro di te urli “Boooooorn in the iuuuuesseiiiii!”
È una sensazione magnifica, la prima sensazione americana.
Ddhadissi, è la parola giusta.

Attesi il via dal personale di bordo prima di riaccendere il telefono e mandare i vari messaggi contrattati preliminarmente con i miei. Il cellulare anche se rimasto spento per circa dieci ore, era caldo. E io conoscevo il motivo. Avevo specificato, oralmente e per iscritto, che sarei partito alle 11 e 30 da Roma e sarei arrivato alle 17 e 30 ora locale a New York – quache minuto prima o dopo poco importa - . Appena scattato quel 17 e 31 partirono le chiamate; l’ansia la sentivi anche a mille mila chilometri.

Le interviste a Quarto Grado.
Mia madre: mmh, è morto per attacco terroristico.
Mio padre: mmh, avrà infastidito qualche gang.
Mia nonna: ma ha mangiatu lu piccinnu?

A mia madre avevo tra l’altro specificato “vedi che ci sono sei ore di fuso orario tra Lecce e New York”. Mi rispose “ah, quindi qui è giorno e lì è notte?”. “Eh, dipende, no?”. Ostinata continuò “ma se a Lecce è estate lì è inverno?”. “No, mamma, siamo sopra l’equatore quindi stessa stagione.” “Lecce è sempre calda. Lecce nostra”, “vabbè”.
Poi passai a mio padre.
“Papà parto”.
“Sì, i soldi ce li hai?”
“No, guarda, parto senza soldi.”
“Come senza soldi? E come fai a vivere?”
Lo lasciai sulle spine.
Infine toccò a mia nonna. Fu uno scoglio duro. Molto duro.
“Ma marcu a du sta bai?
“In America, nonna.”
“Statte attentu nu te pigghi l'eRbola, ddhai comu se chiama.”
“Tranquilla, nonna!
Qualche secondo di riflessione.
Mi guardò.
“Mmh…”
Capii subito dove voleva arrivare.
Ruotai le pupille e chiesi, quasi sbuffando.
“Dimmi nonna, dimmi…”
“Ma.. a dhai..”
“Siii?”
“Mangi, no? 
“No, nonna, li non mangiano-“
“A sorte mia, speramu lu signore cu no torni deperitu.”

Ma con un “Non vi preoccupate, sono arrivato sano e salvo” me la sbrigai.

Airport, JFK.

Trasportato su un nastro meccanico, giunsi nell’atrio principale dell’aeroporto, il JFK, John Fitzgerald Kennedy, come una via a Trepuzzi.
Mi chiesi subito se ci fosse nella Grande Mela via Trepuzzi, senza successo; ma di questo ne parleremo dopo, però.
La struttura è addobbata di bandiere a stelle e strisce, uguali a quelle che puoi trovare da Elio Zema, e poliziotti.
Ma fatto ancora più impressionante è essere accolti da un tizio di colore, alto e grosso che non mi vende accendini. Non prendetemi per un provinciale, ma se sei abituato a vederli in giro per la città ad offrirti, insistendo, di comprare qualcosa, difficilmente non resti basito di fronte un uomo enorme, con il tono di voce di Balotelli, che ti perquisisce. Le cose alla merza, direbbe qualche anziano in Piazza S.Oronzo.
C’è un tizio che dirige le file, e mi obbliga ad inserirmi ordinatamente in una.
Che, lasciatemelo dire, è qualcosa di noioso perché le uniche file che conosco sono quelle del trenino di Capodanno. Mentre così disposto sembro una sezione di un serpente, un lungo serpente. E a me i serpenti fanno paura.
“Come on, fast, fast”.
Giungo ad una cassa, una cabina con un pelatone che mi scruta, prende poi le mie impronte digitali alché chiedo “ce l’ho sull’iPhone” ma dopo avermi guardato male, molto male, mi dice di andare via.
Prendo le valigie e sì, ora posso dirlo: sono negli Stati Uniti D’America.



A Martina scrissi “ho sempre sognato di andare negli States e ora si è realizzato questo sogno”.
Lei mi rispose “passa da Tiffany che mi compri qualcosa.”

New York, Primi giorni.

A New York è tutto grande, enorme. I grattacieli, le auto, le persone. Sono tutti dei Paolone giganti con i tatuaggi e con il gippone. Non hai tempo per riflettere su quanto tu sia piccolo. Lasciare Lecce, la capitale del sole, del mare e del vento non è stato facile. E lo ripeto a me stesso, illuminato da una fioca luce di un treno che attraversa Brooklyn.
Le strade non hanno nomi, o meglio: sono divise per numeri. Si incrociano in vie verticali e orizzontali, formando precisi quadrati e rettangoli. I nomi delle vie, in realtà, ci sono, ma non si usano molto. 
La casa del mio amico dista più di quarantacinque minuti da Times Square. O circa quindici fermate di metro. Non ho molto tempo per disfare i miei bagagli, ho solo quello sufficiente per lavarmi e capire dove sono.

A New York Marco, quante volte te lo devo ripetere?
Lo so, ma fa più effetto figo chiedersi nel mezzo di un reportage dove sei.
Ciao, me ne vado.

*Indosso occhialino e mi do un tono da professore
New York è divisa in cinque distretti Manhattan, Bronx, Queens, Brooklyn e Staten Island. Dove abito io è la zona più popolosa, la più multiculturale. Se fosse una città autonoma sarebbe tra le più grandi degli States insieme Los Angeles e Chicago.



Ok, ok. 
Detto questo sono arrivato a Times Square.



Non fa molto freddo nel cuore di Manhattan, nel cuore del centro turistico per eccellenza.
C’è un miscuglio di razze, gente che viene da diverse parti del mondo. Le più disparate. Esplode di colori misti a luci ed eccitazione. I selfie sono più delle persone e vengono catturati distanziando il telefono con un braccio di alluminio. E poi sorrisi a denti stretti, e gli occhi contratti. È magico. Sono le foto che tu devi fare se ti trovi in questi posti.
Da noi è il mare ad attirare i turisti.
Qui sono i grattacieli a rilassare, le luci.
Mi fermo a mangiare il mio primo hamburger in una catena che ritroverò spesso.
Applebee’s, non male ma non ancora il massimo.
Apprendo il concetto di mancia. I camerieri ti rilasciano uno scontrino, con il "tip", cioè la mancia. In pratica guadagnano solo su quello e tu, che i primi tempi non sai come funziona, gli lasci sempre il massimo. Essa è infatti calcolata in una percentuale dallo 0 (servizio pessimo) al 20 (eccellente). Ma non conoscendo tutto questo, mentre loro sono lì a fissarti e a esclamarti un "cough cough", ti fai prendere dall'ansia e gli lascia un sacco di soldi. 
Non puoi fare come ai parcheggiatori abusivi ai quali puoi dare anche dieci centesimi e al massimo ritrovarti con la macchina rigata per metà, no: devi lasciare un prezzo stabilito in quelle variabili. 
Il mio primo panino mi costò circa 20 dollari.
UN PANINO. 

“Martina, sono nel letto. Provo a dormire ma sono troppo emozionato.
Pensa che qui fanno le file anche per mangiare gli Hot Dog. Li vedi uno dietro l’altro, fanno impressione. Ho fatto qualche selfie ma non mi hai ancora commentato. Sì, ho trovato anche Tiffany. Ma non ti dico cos’altro in caso mi lasci al verde.
Per il resto ‘uttappost. Mi raccomando salutami tutti. Un kiss.”

Il letto è morbido, forse troppo. Il mio amico mi ha sistemato in una stanza che usa affittare. Per quel poco che ho visto, non tengono molto alle formalità e all’igiene. C’è un centimetro di polvere. E non hanno il bidet.
Un “mah” è l’ultima esclamazione che intono nel buio, e poi mi addormento. Stanco e un po’ disorientato per via del Jet Lag.

I giorni trascorrono.
Provi ad immaginare a come sarebbe bello se questi new yorkesi si fermassero un attimo, aprissero google maps e guardassero le foto del nostro Salento. Il mare cristallino e il cibo salutare. La nonna che ti imbottisce di salse e pasta e se non finisci di mangiare si offende. E continua a riempirti il piatto. È più o meno come qui in un ristorante con l’insegna luminosa e le hostess pettorute e scoperte. Loro ti riempiono il bicchiere di birra e ti portano un piatto enorme pieno di carne. E sorridono sempre e ti chiedono come va. Alla fine vogliono la mancia, e sì, è un sistema diverso ma è pur sempre uno scambio di sorrisi in cambio di qualcosa. Che sia la nonna a riempirti il piatto per vederti ingrassare o la tizia orientale in latex per sentirsi la tasca piena. Io comunque mangio della carne della Louisiana. È piccante, molto piccante ed è glassata di salsa barbecue. È buona e il gusto lo senti tutto, non come quella del McDonalds a Lecce.
Ma non riesco a finire di mangiare, ho la pancia gonfia, pago e vado via.

A Martina scrivo “New York è una favola, dillo alla nonna e dille anche di non chiamarmi la mattina perché col fuso orario qui è notte”. Glielo scrivo a caratteri cubitali per meglio evidenziare il concetto. Avrà capito? Non lo so ma passo avanti lo stesso.

Vedo questo: 

Rispondo con questo:


Non voglio aggiungere altro sulla questione caffè. Le persone che non conoscono il caffè Quarta, il caffè in Ghiaccio, non capiscono nulla. I pasticciotti. Madò, non voglio proprio discutere di questo. 
Tante volte mi sono trovato ad affrontare il discorso, ci sono alcuni che ti guardano stralunati. Altri ti rispondono che il caffè in ghiaccio puoi trovarlo da dunkin' donuts.

(tanto per intenderci è la catena che vende queste leccornie: 

)

Però non so perchè il caffè Quarta non lo vendono in tutto il mondo. In fondo è: il miglior caffè del mondo. Ah. 

“David Letterman, qui fanno David Letterman”, sento urlare alle mie spalle. Sono una coppia di italiani in vacanza di nozze. E per fortuna che me lo urlano altrimenti non avrei mai immaginato che il teatro Late Night fosse quello del caro David. 



                   


Ma non mi interessa più di tanto. Apro google e cerco il pub dov’è iniziato il fenomeno Alla fine arriva Mamma (How I Met Your Mother, secondo i torrent).
Non è molto lontano e mi ci dirigo spedito.
Eccolo.






Foto di rito e riprendo a passeggiare, il sole sopra di me, io con una tracolla e uno stile che urla “sono italiano, meridionale.”
Top Beggione, come direbbero nella mia città.
Per pranzo questa volta scelgo del cibo di strada. In molti mi consigliano un chioschetto stazionato in una bella posizione. È fatiscente e un pugno nell’occhio di fronte alle immense strutture di metallo. Chiedo un piatto di carne e insalata e riso, me lo servono velocemente. Poi cerco di approfondire la loro storia perché sono interessato. Mi dicono “siamo qui da diverso tempo”, “New York è molto costosa ma noi riusciamo a pagare l’affitto. Non ci lamentiamo dato che viviamo nel cuore commerciale della città.” In effetti sono un po’ ovunque e non sono ben visti dagli altri camioncini perché sono riusciti ad accaparrarsi tanti clienti. Sono i migliori, in pratica.
Per un prezzo assolutamente onesto.
Un po' come quel marketing da strada che Massimo del PD al Mercato dei fiori di Lecce attuava con tanto amore.

"Scusi il mio panino è pronto?"
"Ce buei?"
"... dico.. il mio panino è pronto?"
"C'ha pijatu?"
"Un PD..."
"Un attimo."
Prende un megafono e urla:
"PORCUDDDIU se chiama!"




Dai, è carino in fin dei conti

“Cos’è questo schifo?” mi risponde Martina quando vede la foto. Glielo spiego.
“Non è che mi ritorni obeso, no? Che poi non ti voglio.”
Le dico di non preoccuparsi.
E lo ripeto anche a me stesso.



Quista la mandu allu cumpare miu! Me face murire stu barra!

Ora sono in viaggio verso Ellis Island e Statua della Libertà. 

A bordo di un grosso battello, subito dopo aver visitato la Statua Della Libertà e pagato un extra, giungi su questa isola. Non molto grande. La prima isola, la prima terra ferma, la prima meta di un immigrato. Nel Padrino Parte II è l’isola dove Robert De Niro approda prima di tutti, dove gli fanno i controlli. E io sono nell’atrio ora, quello centrale. C’è un caldo e un silenzio assordante. Le luci si riflettono sul pavimento lucido. È spettrale e commovente l’atmosfera. Pensare che qui, in quest’area giungevano coloro che sognavano la libertà.


sembra l'entrata dell'Hotel di Shining

L'atrio è diviso in tante stanze ognuna delle quali aveva una destinazione d'uso. C’era quella con i dottori per curare le malattie, quella per lavarsi.
Erano ammassati i primi visitatori in dei letti che ricordano gli orfanotrofi.
Tanti poveri sventurati sono giunti qui mossi dall’idea di “libertà”, mi fa stare male.
Cerco di rimanere il più lungo possibile per sentire quel silenzio assordante.
Ma poi mi viene fame e sono costretto a cercare qualcosa da mangiare.
Il solito, grazie.
Hamburger e patatine?
Ovvio.

La statua della Libertà è tutto sommato piccola. Molto piccola. Si trova su un'isola anch'essa piccola e per accedervi non ci vuole molto, superati i soliti controlli.
Mi diverto a guardare i piccioni che volano da una parte all'altra e faccio qualche foto. Poi penso al simbolo del nostro Salento.
La statua di Manuela Arcuri.
L'unica differenza è che quella puoi toccarla, palparle tette e culo si fa per buon auspicio, la Statua della Libertà no.
Anzi: t'ammazzano con i cecchini. 

Flash, sono gli ultimi giorni.



Ho deciso di andare oltre New York: sono su un bus diretto per Washington.
Le strade statali tagliano il paese ordinatamente. Non attraversano le città. È tutto ordinato, disposto a tavolino che a volte mi chiedo come sia possibile.Pulizia e precisione anche nella guida. Già la guida.C’è una guida, che parla italiano con un leggero accento americano.Non guarda mai nessuno in faccia, guarda in alto: a me pare per eludere lo sguardo e non sentirsi in colpa per eventuali errori di pronuncia. O perché va a memoria. Sarò circa il milionesimo italiano suo cliente.
Il viaggio procede per un bel po' e mentre gli altri dormono io ho gli occhi puntati sui paesaggi.
Nel Delaware la boscaglia macchiata di rosso autunnale, appare noiosa.
Ma è comunque uno spettacolo. 
Come avevo sempre sognato, come avevo sempre visto nei film, con i poliziotti con l'auto puntata sulla strada e le ciambelle sul cruscotto.

Pronto?
Mamma!
Ehi, Marco mio. Come stai?
Tutt..
Come stai? Sta facendo freddo?
Sì. Cioè non ta..
Copriti bene. Mannaggia. Ma lì è giorno o notte?
No. È gior..
Madò… ma sta mangi?
Click.
Ora mi ricordo perché non sento molto i miei.

Washington profuma di finto. L'idea è quella di una grande città europea costruita sulla falsa riga dei monumenti del vecchio continente. Gli americani furono i primi cinesi, pensi subito appena arrivi. Il Campidoglio, la Casa Bianca, i palazzi federali, il tutto rievoca uno stile copiato pedissequamente anche nei dettagli più insignificanti. Ma a quanto pare i primi statunitensi percepirono fin da subito gli errori dell’Ancient regime e cercarono di non ripeterli. La storia della generale Washington insegna.
Faccio qualche foto ricordo alla sede dell’FBI, cerco Mulder e Scully ma niente. Continuo con i vari monumenti, tra cui gli altari dedicati alle vittime delle guerre in Vietnam e Corea del Sud.
La città di Washington mi lascia un qualcosa di amaro e dolce allo stesso tempo, mi emoziona e mi disturba. Il tempo trascorre veloce e siamo di nuovo ad un grande Autogrillo, diretti a New York.
Si torna a casa.
Ma no, casa tua ha il sole e il mare e il…
Sì, basta però.
La differenza tra Europa e Stati Uniti la percepisci anche dalle piccole cose. Durante il tragitto la guida ti spiega come funzionano le autostrade, ti indica i vari edifici sullo sfondo e ti racconta qualche aneddoto. Non ci sono grandi monumenti e avverti una sensazione strana addosso: li prendi quasi per patetici.
Questo è il ponte sotterraneo di New York costruito durante il New Deal, il ragazzo ti racconta del ponte. E tu sei lì a far foto.



Il tragitto termina, lascio la mancia alla guida, che non chiede espressamente ma ce lo fa capire.
Lo saluto e vado via, inghiottito nuovamente dalla città.
È sera inoltrata e il fumo dai tombini esce gonfio, a contribuire a regalare ancor più fascino ad una metropoli decadente.

Lecce mi manca. La più bella città del mondo mi manca. Qui fa freddo e non c’è il mare. Le persone sono gentili e ordinate. Non puoi sgarrare. 
Tipo l’altro giorno entro in uno Starbucks e, la prima cassa che trovo mi ci infilo. Oh, che senso ha stare uno dietro l’altro. Ma non faccio in tempo ad ordinare che una ragazza con gli occhi a mandorla della fila accanto mi urla “torna indietro e rispetta la fila”. Che modi. Nella Lecce mia ‘ste cose non succedono. Se sei una persona importante e hai la compagnia giusta mica stanno li a rimproverarti.
Però ci sono affezionato a Sturbacks. Sono più le ore che trascorro in queste caffetterie che a girare. In pratica, invece di stare in piedi al bancone ad aspettare il tuo caffè, paghi e ti siedi al tavolino. Sei circondato da persone di tutte le età, hai il collegamento wifi e puoi mettere in carica il tuo telefono. Di solito sono costruite in punti particolari del quartiere, in modo da avere una visuale molto suggestiva del traffico. E poi la cosa che mi piace è vedere il mio nome sul bicchiere del mio cappuccino. Non è cosa da niente, eh.




Ponte di Brooklyn.


A quanto pare è stato il primo ponte al mondo ad essere stato costruito interamente in acciaio. Sarà. Ma, oltre ad essere percorso da gente folle in bicicletta, uno per poco non m'ammazzava perché sostavo sulla sua corsia (quando mai le bici hanno le corsie, su un ponte poi). A me sincerametne piace di più quello di Torre Chianca sul Bacino. Almeno lì ti metti e hai sole e mare di fronte. 
Mi piacerebbe portare questi new yorkesi da me, così per farli abbronzare un po'.

Empire State Building.
Un edificio su cui si arrampicò uno scimpanze, è così che me lo raccontano. 


Se visto da lontano assomiglia al grattacielo di Lecce senza luci.

Non scherzo.


Suggestivo per le visuali che ti offre, un po' diverse.

Diurna.



Notturna.



Però troppi scalini, troppi ascensori. Salgono a velocità supersonica.
Dopo un po' non senti più i piedi, soffri di mal di camminare e hai una voglia di uccidere tutti.

Menomale che arrivò il giorno tanto ambito, quello per cui avevo organizzato il viaggio in questo periodo:

Halloween.

Martina oggi faccio tardi, scrivo, non ti arrabbiare, poi ti spiego.
Non ottengo risposta.
Le passerà appena le dirò che le ho fatto diversi regali, penso.
O spero.


Guarda Marco, ho addobbato per Halloween - Mamma.

Non posso fare presto stasera perché è il 31 ottobre. La “vigilia” del giorno dei morti. In Italia, a Lecce, si prepara il vestito nero da indossare il giorno dopo per andare al cimitero, qui, negli States, il costume da indossare per far baldoria la notte. Perché è Halloween. Il giorno in cui i morti girovagano sulla terra, la notte in cui i morti riprendono vita.
Negli Stati Uniti si ha quindi una routine, la gente compra zucche, le intaglia e ci mette dentro una candela. Secondo la leggenda il culto deriva da un certo Jack O’lantern, un uomo senza scrupoli che riuscì a prendere in giro persino il Diavolo. Così quest’ultimo non volendolo nell’Inferno lo abbandonò nel limbo con un tizzone ardente. Trasformato in una lanterna tramite una rapa e infine una zucca.
In realtà questa è una tradizione che discende da un culto pagano romano, che fu in seguito rubato dagli inglesi e diffuso sui territori anglosassoni con il marketing. Avete presente il babbo natale con la coca cola? ‘Na cosa del genere.
Sulle porte delle case ci sono zucche arancioni, grandi e piccole. Bambini che scorrazzano indossando maschere e ragazzi mascherati con pugnali e accette finte. L’atmosfera ha un sapore anni ’80 e una leggera, leggerissima nebbia aleggia sulle strade. Ho paura a momenti, paura di divertirmi troppo.
Di commuovermi per quello che vedo.






Martina dopo un po’ mi scrive.
“Ciao. Sono a casa di Stefano con Mario e Antonio. Siamo stati invitati da Maristella per una festa a casa sua. Anche io faccio tardi.”
Mario? Stefano? Antonio? E chi cazzo sono? Mi fido dai, so che la mia Martina è una vera fimmena, una del sud attaccata al proprio uomo core preciatu.
Le rispondo “non ti divertire troppo”.
Ottengo solo un “Tiffany” come risposta.

Stasera dunque sono invitato ad mega party e poi andrò in giro per la città con altri ragazzi incontrati. Ma chiedono espressamente una maschera e un vestito. Non ho la più pallida idea di cosa fare e chiedo consiglio. Mi indirizzano verso una grande catena di negozi di vestiti in maschera. Ed è qui che trovo il travestimento perfetto: una maschera in silicone di Jason Voorhees.



Che cosa meravigliosa.

Flash.
“Italiano? Prendi birra!”
“Sì, aye.”
(X2)
Gioco a flip pong, sento urla e puzza di sudore. Un ragazzo accanto a me è un dinosauro. Sulla parete bianca della casa trasmettono l’NBA.




Flash.
“Vodka?”
“Aye!”
(X3)





Intorno a me vedo strisce e occhi rossi. Non sento freddo. La maschera mi riscalda bene.

Flash.
“Dove posso vomit?”

Metropolitana.

Buio.

Non ricordo esattamente cosa sia successo durante la notte, la gente tende ad offrirti tante cose da bere, e tu non puoi rifiutare. La birra costa molto. Ma non ho tempo per riflettere sui postumi della sbronza, sugli hangover.

A cena di un americano, uno DOC.


Martina?
Nessuna risposta.




Una casa enorme in stile neoclassico.
Più in la abitò per un certo periodo anche David Letterman poi scappò via perché inseguito dagli Stalker, mi dice mentre sorseggia un Fresco, un cocktail “leggero” di tequila e soda.
È tutto bellissimo, piove anche.
Sono seduto a bere e a guardare il college football, i bambini dell’uomo giocano urlando e girando per casa.
Io anche urlo ma dentro.
Tocco con mano il sogno americano.

Prima di cenare sono andato a fare spesa al centro commerciale. Il più vicino distava circa dieci chilometri.
Appena entro resto colpito da due cose.

Una figa:


Una intera corsia di salse. Di tutti i tipi. 

Una spaventosa:


Sì, la birra dei baresi con il logo della Nastro Azzurro. 
L'americano medio è un tipo alto e grosso con la pancia tonda. Si aggira per casa stappando tappi di birra o versando vino e altri alcolici. Rutta compiacendosi e poi si scusa. Ha una passione per il barbecue e, mentre da noi "guai a tie se me righi la machina", qui è un "guai a tie se me tocchi lu barbecue". 
In fin dei conti sono tipi simpatici, hanno la stessa qualità di battute degne di uno zio. 
"Bellazio!".

“Ehi, ciao. Scusa ma mi sono svegliata tardi. Oggi è sabato e sono al Sette di Sette. Tu che fai?”
Le scrivo “Piccola, sono stato a casa di un americano vero a guardare college football e mangiare brisket. Sono a casa, ora. Mi manchi”.

L’uomo nero. 
Rientrando a casa, una notte, in lontananza la sagoma di uomo nero. Brooklyn ne è pieno. Cantano e ballano, predicano e sorridono. Sto bene, non ho paura ma come accadde in aeroporto mi fanno una certa impressione vederli così liberi e spensierati.
Insomma quest’uomo alto e grosso e nero, verso mezza notte mi viene in contro. Inizio ad aver paura, Marco adesso verrai rapinato come nei film. Speriamo solo rapinato.
Lui è sempre più vicino, io sono indeciso se scappare via o far finta di essere un duro.
Il tempo trascorre, mezzanotte e uno. E cinquantacinque secondi.
Cinquantasei.
Sette.
Otto.
Have a good night, guy.
Mezzanotte e due.
Co..ome? Grazie.. Thanks.
E sorride.
Io resto allibito.
Nemmeno l’ombra di un borseggio.

La notte mi avvolge e io alzo il passo: domani inizia la seconda parte del viaggio e io non posso perdere tempo.

A Martina scrivo di essermela cavata bene a New York.
Il leccese ce la fa sempre perché è dellu mundu cittadino.
Ora vado in California a cercare Arnold Schwarzenegger.

In realtà non ho trovato Schwarzenegger.
Però ho visto altro.

Molto altro.

Il telefono squilla: Martina.
"Pronto?"
"Marco... ti devo dire una cosa."



[FINE PRIMA PARTE]

marcodemitri®



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In realtà sono stati omessi diversi dettagli che, sicuramente, saranno inseriti in una raccolta specifica. Una specie di spin off.

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